Se possibile |
|
| vorrei conoscere unicamente ragazze dai capelli rossi ed il seno enorme | |
|
Amo1. Sesso selvaggio e sentire una ragazza fremere sotto le mie mani esperte e gentili. Wyn - pahari - mekné ti la kohne. - 10.2362205 inches. Ma negli ultimi tempi, sento soprattutto un profondo bisogno d'amore.
2. Giocare a backgamonn con mio fratello Lexington, l'unica che persona che stimo sulla faccia di questo lurido pianeta. Alcune sfumature della storia longobarda. E sto scoprendo che neanche dire "Bah" è poi tanto male. 3. I paragrafi da 1 a 18 della Critica della ragion pura, edizione del 1787. I bicchieri mezzi vuoti che sembrano mezzi pieni, e in definitiva la gnoseologia. 4. Antichi testi di dissezione animale, da leggersi ascoltando "Reek of putrefaction" dei Carcass. Bere come un degenerato. Ridere. A volte il Belgio. 5. Dire "be', certo" quando, all'improvviso, un curioso lucore scende dal cielo e ci sentiamo pieni di noi, forti, onnipotenti. Vivere matte avventure che sembrano uscite dalla penna di un folle, e che invece sono reali. Definire la realtà. Odio1. Le ragazze che se la tirano.
2. Chi mi odia. Maurizio Ferraris. 3. Il cristianesimo (con tutto il rispetto per mio fratello Lex che è in monastero). 4. Alfonano Parretti. 5. Il calcio. Quelli che non esistono. Individui necessariBellezza:Dicono di meGrande scopatore... Alcolista mascherato da intellettuale.. . Poco altro.
Sono stato picchiato in un bar di Los Angeles e arrestato in Scandinavia perché rientravo da Oslo - sempre per lavoro - a duecentonovanta all'ora. IMMEDIATAMENTEFATTO #1 - Mah, per ora
FATTO #2 - Rientrato FATTO #3 - Altra serata FATTO #4 - Ieri è stata una giornata FATTO #5 - Ieri sono stato fiero FATTO #6 - Milano è FATTO #7 - L'origine della coesione FATTO #8 - Mutevoli mutamenti FATTO #9 - Concludendo FATTO #10 - Mi sono sempre chiesto FATTO #11 - Fuori infuria la tempesta FATTO #12 - Cuba FATTO #13 - Caro Lex FATTO #14 - Scrivo da un piccolo internet cafè FATTO #15 - Lex FATTO #16 - Siamo in viaggio FATTO #17 - Mio padre mi diceva FATTO #18 - Ora che la questione russa FATTO #19 - Ipotesi D-L FATTO #20 - Che cos'è l'amor? FATTO #21 - Mi tremano le dita FATTO #22 - Lex, sono a casa Sogni nel cassettoProvare un piacere talmente intenso da farmi dimenticare di essere un uomo sostanzialmente solo.
Pavel | 09 Marzo 2006
FATTO #22Lex,
sono a casa, appena tornato dalla Colombia. So che l'altro giorno mi hai aspettato tutto il giorno a Malpensa, ma purtroppo ho dovuto optare all'ultimo momento per una scelta diversa dall'aereo di linea. In aeroporto infatti mi sono accorto d'essere braccato da alcuni individui in impermeabile nero e cappello a tesa larga così, dopo aver inscenato una finta sparatoria con dei petardi per creare scompiglio al check in, mi sono gettato da una vetrata fin sulle piste, e ho quindi corso all'impazzata verso un piccolo cargo, su cui mi sono nascosto. Atteso il decollo, ho tramortito i piloti e dirottato l'aereo, atterrando poi senza troppe difficoltà nella tenuta di Jerrinald fuori Zug, in Svizzera. Da lì il buon J. mi ha fatto riaccompagnare a casa su una limousine. Tra l'altro non ci aspetta certo un fine settimana riposante: sarò da te stasera, fatti trovare pronto. Partiamo per Cavaillon, Provenza, con Willard e Pop Muzkap. Lì ci incontreremo con Jerrinald e vedremo di trovare un rimedio definitivo per la questione dei traditori della Confraternita del Peniscalco. Tutta la missione, come puoi immaginare, è in gran segreto, infatti questo messaggio criptato parla di tuttaltro, ma tu mi avrai certamente capito. Aspetto una tua risposta sulle solita casella vocale. Ah, nel caso, non chiamarmi a casa: starò scopando, e comunque la nenia d'attesa della segreteria telefonica è suonata da uno Stradivari maledetto che induce alla pazzia. Ne approfitto per lasciarti il mio nuovo numero di cellulare per i rari momenti in cui mi trovo in Italia: +39 349 00 00 001 ![]() 19 Ottobre 2005
FATTO #21A bloody Easter.
Mi tremano le dita. Questo è un fatto. Non ho bevuto. Negli ultimi cinque minuti, non ho bevuto affatto. Siamo partiti, io e Lex, ieri sera verso le nove e mezza. Ci eravamo rinchiusi in una biblioteca di Clusone per cercare alcuni atti vescovili relativi all'ex abate di mio fratello. Da qualche tempo ci tormenta la storia di quest'uomo, la cui ombra perseguita sempre i sonni del povero Lex. Mi tremano le dita. Stanchi e delusi dal lavoro quasi senza frutti - a parte un foglietto che registra l'avvenuta consacrazione dell'abate quale abate nell'anno 1979, e per parte mia il numero di telefono della bibliotecaria - abbiamo deciso di tornarcene a casa. A Milano. Un'oretta e mezza di strada. A quell'ora non avremmo trovato molta gente. Mi tremano le dita. E mi viene da ridere, non so perché. Io ero tranquillo, giuro. Stavolta ha cominciato mio fratello. "Dev, ho sete", mi fa. Eravamo in autostrada. Appena entrati. "Cristo, Lex, mi devo già fermare all'autogrill?" "Se puoi." "Devi pisciare?" "No, te l'ho detto. Ho solo sete." "Sete. Bene." Ci fermammo. Lex ordinò quattro birre. Scolai le mie tre in silenzio, osservando gli scarsi avventori. Era un autogrill schifido. Lercio. La cassiera, una biondina stinta senza argomenti. Qualche lentiggine qua e là, come ricordo grottesco di un'epoca passata. Il suo collega, un minchione con gli occhiali spessi tre dita. "Ho ancora sete", disse Lex. E stavolta colsi il brivido nella sua voce. Quel brivido che mi riporta sempre ai tempi della nostra fuga: il quartiere italiano in fiamme, le lacrime di nostra madre, il porto notturno che ogni tanto sogno ancora. "Sete, dici?", gli sorrisi. "Sì, fratellone. Sete." Comprammo una bottiglia di rum. La bevemmo lì direttamente in autogrill, in piedi, sbavandoci il volto d'alcool. "Questa cosa fa cacare", dissi. "Sì", annuì mio fratello sconsolato. "Compriamone un'altra." "Certo." Fu la volta di un Jack Daniel's. La cassiera ci guardava allibita. Il suo degno compare invece assumeva delle espressioni come di rimprovero, sotto gli occhiali. Non osava però dirci niente. Lex andò in bagno a vomitare, e si ripresentò vestito di un sorriso adorabile. Buttò giù una gollata di whisky. "Questo va meglio", disse con una vocina fioca. "Sì", dissi io. "Dev", disse lui. "Sì." "Penso che sia ora di spaccare la faccia a questo coglione." Alzai lo sguardo verso il banco. "Intendi dire QUEL coglione?", dissi, indicando l'occhialuto. "Sì." "Mh", considerai. "E' un'idea." "Allora?" "Prima beviamo qualcos'altro." "Right." Eravamo ormai soli nell'autogrill. Più nessuno entrava, più nessuno usciva. Noi quattro. La cassiera era terrorizzata ma mi lanciava al contempo languidi sguardi. Quattrocchi si schiariva la voce, cercando il momento giusto per consigliarci di andarcene. Lex tornò in bagno a vomitare. Io finii il whisky. Mi tremano le dita. Ero ancora sobrio, ovviamente. Fanculo a queste gradazioni da bambini. "Bene", dissi, fregandomi le mani. "Scaldiamo l'ambiente." Due ore dopo - causa ulteriore sosta in autogrill - eravamo in tangenziale est. "Ho ancora sete", disse Lex tenendosi una mano sullo stomaco. "Certo", risi. Il primo bar, pensai. Dov'è il primo bar in questa zona? Vidi un'insegna. Ah, ecco, giusto. Il Mefiticus. Entrammo. Lex ordinò otto birre. Alla sesta cominciavo a sentirmi un po' alticcio. Nel bar non c'era quasi nessuno. Mio fratello era steso per terra. Russava. "Voialtri stronzi", disse il barista. "Adesso ve ne andate." Certo, pensai. Mi tremano le dita. Basta chiederle per favore, le cose. Impugnai l'ultima bottiglia di birra e alzai il braccio. Alle quattro e venti di notte seppellivo la faccia di Lex sotto una fontanella in San Babila. Ormai ero quasi ubriaco anch'io. Mi succede di rado, sapete. Buttai giù una sorsata del torcibudella che tengo sempre in un'apposita fiaschetta, nella mia giacca Armani. "Lex", dicevo. "Dai." Alle cinque correvamo nudi per una traversa di Corso Sempione. Alle cinque e venti lo lasciavo davanti a casa sua. "Buona Pasqua", dissi. "Ricordati che dobbiamo finire quel lavoro là", biascicò lui. "Sì, domani ti chiamo." "Bene." "Se hai problemi, telefona." "Bene." "Ciao." "Ciao, Dev." Alle cinque e trentacinque aprivo la porta di casa mia, e la prima cosa che notavo erano due gambe di donna che si sfioravano, accompagnate da uno sbadiglio, sul mio divano rosso. "Devin, Dio santo... Finalmente." Un lieve sorriso mi si aprì sul volto. "Hai detto che saresti tornato per le dieci di ieri sera!", disse la donna fingendo una voce arrabbiata. Si aggiustò nel reggiseno due tette ragguardevoli. Alzai le spalle. "Ho avuto da fare, baby." FATTO #20Che cos'è l'amor? Un sasso nella scarpa.
Così canta Vinicio Capossela, mentre riordino la mia stanzetta di Bruxelles, impilo maglioni, raggruppo bottiglie di whisky vuote. E' l'ennesimo viaggio di lavoro in Belgio, l'ennesima volta che torno in questa città. Ho imparato ad odiarla tanto quanto ho imparato ad amarla. Ieri sera sono uscito a sbronzarmi al bar di Pierre, presso cui ormai ho una specie di conto aperto infinito. Non ho conosciuto nessuno né fatto all'amore con alcuna donna. Sul cellulare ho salvato un paio di messaggi di Jerrinald e Lex, di qualche giorno fa. Non ricevo messaggi da nessun altro. Non ricevo auguri di compleanno da nessun altro. Non ricevo lettere, telefonate, telegrammi, nulla. Mentre piego i miei stramaledetti pantaloni, questa città mi risputa in faccia che sono uomo solo. E' un bel dire che sono fortunato a trovare una donna per quasi ogni notte della mia vita. Ma io non le trovo. Sono loro che vengono da me. Esattamente come poi sono sempre loro a fuggirmi. Ognuna di esse si condensa solo in un istante fragilissimo, un piccolo sole che esplode, la vetta di ogni amplesso. Poi sono soltanto sigarette, caffè, lenzuola che frusciano, il segnale luminoso della sveglia: le tre, le quattro. Dico che sono tutte troie, e per la più parte del tempo credo fortemente a me stesso. E' la spiegazione più semplice, dunque - come tutto un filone scientifico insegna - anche la più plausibile. Semplicità, facilità, verità. Una puttana dietro l'altra, in fila come per ricevere la comunione dal loro sacerdote nudo, il cui dio verrà rinnegato il giorno dopo. Ti metti la cravatta e ti prepari per uscire. I vestiti sono tutti piegati nell'armadio. Butti un occhio all'ultima bottiglia di Jack Daniel's rimasta, ma ti fai talmente schifo che non osi neanche sfiorarla. Spegni lo stereo e mandi Capossela e il suo amore a dormire fra gli altri cd. Lasci i pensieri fra le coperte e il posacenere. Una luce irreale e gelida invade la tua stanza al quarto piano di questo magnifico palazzo del centro. Apri le braccia come una polena di nave e ti ci pianti in mezzo, a questa luce. Vorresti che ti purificasse di tutta la merda. Ma è solo un attimo, una vetta d'orgasmo, il tempo di levarsi un sasso dalla scarpa. Chiudi a chiave la notte nella stanza ed esci fuori. Il tempo di un caffè da Pierre, due chiacchiere con la cameriera che ha un accento assurdo. Ricordarsi di rispondere a Jerrinald e Lexington. Ricordarsi, in questi ultimi istanti in cui oscilli fra lo stronzo che sei e una strana dolcezza, di tenerti stretto i tuoi unici amici. Paghi il caffè ed esci. Bruxelles ti entra negli occhi come un flusso di gente, cemento, futuro, e luce fredda. Sempre luce fredda. C'è solo una cosa che ti fa più schifo di te stesso, in questo momento: il fatto che presto smetterai di credere, anche solo in minima parte, che quel sasso nella scarpa ha un senso e un valore. FATTO #19Ipotesi D-L, o Ipotesi del Misogino:
se x è una donna, allora x è una troia. L'ipotesi finora è stata ampiamente corroborata dai fatti. FATTO #18Ora che la questione russa si è finalmente risolta (cfr. il PENSIERO #28 dell'hp di mio fratello Lexington), posso tranquillamente godermi una serata di solitudine nel mio appartamentino milanese. Un buon cognac, il computer acceso, il lavoro ancora da sbrigare abbandonato in cucina, e forse fra un paio d'ore una simpatica ventenne che verrà a bere - in tutta amicizia - un bicchiere sul mio comodo divano.
Approfitto del momento libero per chiarire una cosa che mi sta a cuore: voi tutti avrete letto nei miei "dicono di me" che sono stato picchiato in un bar di Los Angeles. Devo ammettere che l'affermazione, messa così senza spiegazione, era di una poesia immensa. Ma siccome mi è sono stati chiesti chiarimenti, devo soffocarla con la banalità della prosa. E va be', così sia. Dunque, tutto questo ci riporta ai bei tempi in cui, ancora diciannovenne, vagavo per gli Stati Uniti dopo essere scappato di casa. Nell'ottobre del 2000 mi trovavo appunto a Los Angeles, dove svolgevo la rispettabile professione di barbiere per donne a domicilio. Per questo - e per altri motivi legati a un basso doppio senso circolante nel quartiere italiano - mi ero guadagnato il soprannome di "Feegaro". Era una bella vita. Se mai dovessi citare un momento in cui sono stato felice nella mia esistenza, forse quell'autunno losangelesiano sarebbe la prima cosa che a venirmi in mente. Ma transeat: veniamo al dunque. Tramite il mio lavoro avevo conosciuto una certa Brigitte, detta anche Holly, che svolgeva la decorosa professione di cassiera al McDonald's del quartiere. Non bastano le parole per descriverla, ma vi dirò che era una bomba sexy dai seni prorompenti, un corpo da favola e lunghi capelli rossicci. Nelle lunghe sere d'ottobre, dopo aver fatto all'amore per ore, lei si dilettava a leggermi dei passi di Schiller e Goethe in tedesco (essendo di origini austriache). Io annuivo, silente, e sfiorandole teneramente i lunghi capelli rossi. Non capivo una sola parola di quel che diceva, ma mi piaceva lo stesso. Seguivo il movimento delle sue labbra e quella era per me la miglior poesia. Poi mi sbronzavo con del whisky scadente e ricominciavamo a scopare. Le cose proseguivano nel migliore dei modi, e già stavo progettando di mettere le radici a LA, quando di colpo le cose subirono una tragica svolta. Venni a sapere dall'unico cliente maschio che avevo, il vecchio nero John Daiweelee (il quale celava dietro l'attività di fruttivendolo una delle personalità più oscure della malavita losangelesiana) che Holly era stata la donna di un pericoloso capomafia cinese dell'East Coast, tale Tai Po, ma che tutti conoscevano come Bacco per la sua nota propensione al Chianti d'annata. Holly era scappata qualche mese fa da New York e aveva raggiunto la California per rifarsi una vita: poi aveva incontrato me e si era innamorata. Ma Bacco, proseguiva Daiweelee masticando della liquirizia, non aveva mai smesso di darle la caccia. "E ora" concluse con un'occhiata penetrante. "E ora temo che si trovi qui a Los Angeles." Cercai di dissimulare la mia tensione, ma il vecchio notò con il suo sguardo esperto le forbici tremarmi nella mano destra. "Stai tranquillo", disse. "E' un tipo pacato. Tu gliela restituisci e il peggio che ti può fare è farti picchiare dai suoi scagnozzi. Guarda qui" - e sortì dalla tasca un biglietto di nave, sul quale scorsi il nome di una città messicana - "hai già un posto prenotato fra cinque giorni. Te ne vai in Messico e nessuno più ti rompe i coglioni." Si alzò, guardandosi allo specchio. "Non mi devi niente, ragazzo. Mi sei stato simpatico fino da subito e spendo volentieri qualche dollaro per evitarti un guaio." Levandogli un ciuffo di capelli dalle spalle, gli mormorai: "Lei naturalmente sa che non cederò mai la mia Holly, e che preferirei finire nell'oceano con delle scarpe di cemento piuttosto che separarmi da lei." "Oh certo", rise lui. "Certo che lo so. Beata gioventù! Vedremo se farai ancora l'eroe quando Bacco ti staccherà via le palle degli occhi con un colpo di kung fu." E detto questo, mi infilò cinuq dollari in tasca e andò in cucina con passo zoppicante, canticchiando un vecchio blues. Sospirai. Qualche giorno dopo, mentre rientravo a casa in bicicletta, una berlina nera cercò di gettarmi nell'oceano. Dovetti zigzagare con abilità fra il guardrail, la strada e gli scogli, mentre la macchina mi tallonava. Dal finestrino del guidatore emerse una figura robusta in doppiopetto gessato: nonostante indossasse grossi occhiali da sole, ne riconobbi chiaramente i tratti orientali. Fece fuoco su di me come se fossi uno stronzo qualsiasi. Non avevo speranze, dovevo rischiare. Frenai di colpo mentre sentivo sibilare le pallottole dietro di me: la bici disegnò un compasso a terra e si dispose col manubrio di fronte alla macchina. Il tizio con la pistola riprese con entrambe le mani il volante e mi si scagliò contro alla massima velocità. Tu non esisti, pensai. Non sei neanche aria, pensai. Chiusi gli occhi e spiccai un balzo. I vecchi che pescavano al molo quel giorno avranno avuto una bella storia da raccontare ai nipoti. Me li immagino già, rientrare a casa scuotendo la testa, gettando il sacco di vimini pieno di pesci in un angolo, e dire col loro accento spiccato: "Oooh, Gesù, non sapete cosa ho visto oggi sullla costa..." Avrebbero raccontato una storia strana, di una macchina nera che insegue un tizio biondo in bicicletta. Fino al momento della sparatoria gli avrebbero creduto. Anche la vecchia moglie intenta a squamare le sue magre prede avrebbe ascoltato fingendo attenzione. Ma certo non avrebbero creduto all'idea del tizio in bicicletta che si solleva per aria con un balzo, e affonda un calcio devastante nel parabrezza dell'auto, mandandola fuori strada e facendola schiantare contro le pareti rocciose della strada, e poi sbandare verso gli scogli, dove sarebbe rotolata come un giocattolo rotto, per poi precipitare trionfalmente in mare. Non avrebbero creduto al fatto che il tizio, asciugatosi il sudore dalla fronte con una mano, si sarebbe rimesso impassibile sul sellino, e avrebbe diretto la sua corsa verso nord, verso i quartieri bassi della città, come se nulla fosse accaduto. Gli avrebbero dato tutti dell'ubriacone, a quel povero vecchio. Intanto il tizio in bicicletta sedeva silenzioso nella sua stanza, con una ragazza dai capelli rossi davanti a sé, intenta a gettare vestiti in una valigia, alla rinfusa. [continua] FATTO #1713/12/04, Russia.
Diario di bordo. Mio padre mi diceva sempre: "Devin, la vita va presa di petto. Fai in modo dunque di avere un petto robusto." Dio, quanto aveva ragione! Quanta saggezza nelle sue parole! Riprendo il diario dopo cinque giorni d'interruzione. La sera del 7 siamo arrivati alla Piana dello Zoppo prima del tramonto, come stava a cuore a Fedor. Il nostro silenzioso guidatore ci portò nel villaggio più vicino, Ciukanskine: un mucchietto di assi e vecchi sporchi e infreddoliti. Lex, turandosi il naso con il suo fazzoletto intinto d'acqua di colonia, scosse la testa amareggiato. Abbiamo pernottato in una stamberga, tutti e tre nella medesima stanza e nel medesimo letto, mentre Fedor ha preferito - chissa perché - coricarsi con i cavalli nella lurida stallaccia dell'albergo. L'indomani un sole pallido e flebile come una macchia di sperma inondava di luce bianca una giornata gelida. Prima di ripartire siamo stati avvicinati da un santone locale, un certo Dmitri Kronenburin, che ci ha predetto immani sventure. Il medesimo copione si è ripetuto per cinque giorni di fila in cinque villaggi diversi: stamberghe, stalle, santoni che ci predicevano guai. Finalmente oggi abbiamo varcato la soglia di S. Pietroburgo. FATTO #167/12/04, Russia.
Diario di bordo. Siamo in viaggio da tre giorni, percorriamo strade meno battute per non dare nell'occhio. A volte mi domando chi dovrebbe curarsi del nostro passaggio, ma J. Orgy è molto paranoico in questi giorni e vede sgherri di Scizio e Leroy Particola ovunque. (Ieri in un bar di Vilnius ha fatto a botte con il vecchio e gentile gestore del locale perché gli ricordava il padre di Scizio). Ora siamo su una fatiscente carrozza ottocentesca, abbiamo passato da un po' il confine e ci stiamo addentrando nelle sterminate e gelide campagne che precedono San Pietroburgo. La notte qui entra come un pugnale nello stomaco, e per quanto ti copri avrai sempre freddo. Tutto è morto. Oggi pomeriggio ho creduto di sentire un flebile segno di vita, il canto di un uccellino - ma era solo Lex che si esercitava nel fischiettare noncurante che precede il provarci con una donna. J. è immerso nei suoi pensieri. Dice che quando farà tanto freddo da gelare il fumo della sua pipa, saremo arrivati. Per ora le boccate continuano a spandersi copiose nella carrozza. Il guidatore, un certo Fedor, sprona i suoi cavalli come un pazzo. Ci ha detto che vorrebbe superare il Crocicchio dell'Impiccato e raggiungere la Piana dello Zoppo prima del calare del sole. L'atmosfera è quasi surreale. Non so perché, ma non mi sento tranquillo. Non so se torneremo indietro da quest'avventura. FATTO #15Lex.
So che ti stupirà ricevere un mio telegramma ora - soprattutto un telegramma così lungo - ma devo avvertirti che non sarò da te domani sera ma domani l'altro, credo verso l'una. Ora come ora sono a Copenaghen. Ho avuto un viaggio un po' problematico; del resto uno zingaro a Barcellona mi aveva profetato cattiva ventura. Il treno per Parigi è stato fatto esplodere da alcuni terroristi di estrema destra francese, il cosiddetto Gruppo Platini. Ho dovuto languire un giorno intero, mezzo ferito, in un paesino vicino a Clermont-Ferrand. Lì ho avuto la malaugurata idea di mangiare dei funghi allucinogeni conservati dal Messico, i quali mi hanno fatto credere di essere la reincarnazione di Casanova. Colto da pungente nostalgia di casa, ho preso un biglietto per Venezia. Quando sorvolavo Zurigo l'effetto è svanito e mi sono reso conto della cazzata. Allora, come avrai immaginato, ho dirottato l'aereo su Amburgo. Ho preso allora un autobus per la Danimarca, ma un mitomane ha dirottato l'autobus verso Venezia. Non avevo voglia di battermi anche perché sembrava veramente fuori di sé e pericoloso, tipo Alfonano quando gli tocchi i morti. Da Venezia ho preso ancora un volo, stavolta per Copenaghen, e grazie a Dio tutto è filato liscio. In compenso ho mangiato ancora i funghi e ora credo di essere Immanuel Kant. A domani. FATTO #14Scrivo da un piccolo internet café vicino a Barcellona. Sono pensieroso e preoccupato perché uno zingaro, al porto, mi ha predetto grandi disgrazie per il viaggio che mi attende fino ad Oslo. Per un cane da strada come me è una passeggiata, ma sento addensarsi comunque nubi terribili sul mio capo.
Più che altro gli zingari hanno sempre ragione sul futuro. Ne sanno. Ricordo una volta, in Armenia... Accompagnavo J. Orgy che doveva sdoganare una partita di orologi rubati, niente di che. Appena superato il confine siamo stati fermati da una banda di rapinatori autoctoni, che J. ha rapidamente disperso con il suo microplastico da viaggio (lo stesso che usa per accendersi la pipa quando fa molto freddo). E' bastato un piccolo scoppio per farli allontanare: contadinotti... Solo uno è rimasto fermo immobile davanti al pickup: uno zingaro dal volto impenetrabile. Nell'osservarci severo, ha detto: "Io conosco la vostra sorte. Prima del calar della notte perderete tutto ciò che vi è più caro." ...Ma perché sto raccontando tutto questo? Dannazione, non ricordo più il filo del discorso. Boh, va be', comunque le cose importanti sono solo due, e cioè che J. Orgy al momento è in Corea del Sud e che l'indagine di Hilary Putnam sul riferimento e sul senso della distinzione rappresentazione/realtà si svolge tra due poli molto diversi, e in qualche modo incompatibili, per quanto riguarda le assunzioni in filosofia generale. Partito da una posizione realista, nel senso del «realismo esterno» (di fatti e cose indipendenti dal linguaggio e dalla mente), egli è recentemente giunto a difendere una nuova posizione definita «realismo interno» o «pragmatico» (o, semplicemente «internismo»), largamente debitrice, per riconoscimento dello stesso Putnam, al kantismo e ad un certo pragmatismo (per cui fatti e cose si danno solo all'interno di schemi e significati). FATTO #13Fine novembre. Sul mare.
Caro Lex, ti penso molto durante questa traversata. J. Orgy ha deciso di rimanere in America ancora per qualche tempo. Sulla strada verso Miami ha incontrato il suo vecchio commilitone Philip Stone, che l'ha coinvolto in un tentativo di rapinare le casse d'ingresso di Disneyland, con "finale scoppettiante al plastico" come di consueto. Non so come andrà a finire. Per evitare problemi io ho preso una nave affrancata dal controllo poliziesco grazie all'aiuto della mafia locale. Ieri sera sul ponte ho conosciuto una bella signora solitaria, in viaggio anche lei per l'Europa, dai capelli rossi e il seno enorme. Abbiamo unito i nostri corpi nell'estasi suprema fino all'alba. Ti scrivo giusto dopo il mio ultimo orgasmo. La luce del sole filtra fioca dall'oblò, e sembra quasi avere lo stesso colore dell'oceano. Ma bando ai toni malinconici. Spero che tu stia bene e in perfetta forma, perché fra pochi giorni sarò da te a Oslo. Il nuovo progetto è di muoverci in Siberia, io e te soli come ai vecchi tempi. In una biblioteca di Città del Messico ho trovato chissà come delle indicazioni su pergamena riguardanti il tesoro nascosto di Gengis Khan. Stavo finendo di analizzarla quando purtroppo J. Orgy ha deciso di iniziare i suoi allenamenti bombaroli in loco, e l'intera ala della biblioteca è saltata in aria. Fortunatamente ho conservato un pezzo della pergamena, e ho avuto tempo di studiarla in ospedale. Manca il frammento essenziale, ma sono fiducioso. Sarà un'avventura fantastica e sono certo che stavolta finalmente farai all'amore con una delle mie amiche ballerine di San Pietroburgo. A presto, fratellino. Tuo Dev. |