19 Ottobre 2005

FATTO #21

A bloody Easter.

Mi tremano le dita.
Questo è un fatto.
Non ho bevuto.
Negli ultimi cinque minuti, non ho bevuto affatto.
Siamo partiti, io e Lex, ieri sera verso le nove e mezza. Ci eravamo rinchiusi in una biblioteca di Clusone per cercare alcuni atti vescovili relativi all'ex abate di mio fratello. Da qualche tempo ci tormenta la storia di quest'uomo, la cui ombra perseguita sempre i sonni del povero Lex.
Mi tremano le dita.
Stanchi e delusi dal lavoro quasi senza frutti - a parte un foglietto che registra l'avvenuta consacrazione dell'abate quale abate nell'anno 1979, e per parte mia il numero di telefono della bibliotecaria - abbiamo deciso di tornarcene a casa. A Milano.
Un'oretta e mezza di strada. A quell'ora non avremmo trovato molta gente.
Mi tremano le dita. E mi viene da ridere, non so perché.
Io ero tranquillo, giuro.
Stavolta ha cominciato mio fratello.
"Dev, ho sete", mi fa. Eravamo in autostrada. Appena entrati.
"Cristo, Lex, mi devo già fermare all'autogrill?"
"Se puoi."
"Devi pisciare?"
"No, te l'ho detto. Ho solo sete."
"Sete. Bene."
Ci fermammo. Lex ordinò quattro birre. Scolai le mie tre in silenzio, osservando gli scarsi avventori. Era un autogrill schifido. Lercio. La cassiera, una biondina stinta senza argomenti. Qualche lentiggine qua e là, come ricordo grottesco di un'epoca passata. Il suo collega, un minchione con gli occhiali spessi tre dita.
"Ho ancora sete", disse Lex. E stavolta colsi il brivido nella sua voce.
Quel brivido che mi riporta sempre ai tempi della nostra fuga: il quartiere italiano in fiamme, le lacrime di nostra madre, il porto notturno che ogni tanto sogno ancora.
"Sete, dici?", gli sorrisi.
"Sì, fratellone. Sete."
Comprammo una bottiglia di rum. La bevemmo lì direttamente in autogrill, in piedi, sbavandoci il volto d'alcool.
"Questa cosa fa cacare", dissi.
"Sì", annuì mio fratello sconsolato.
"Compriamone un'altra."
"Certo."
Fu la volta di un Jack Daniel's.
La cassiera ci guardava allibita. Il suo degno compare invece assumeva delle espressioni come di rimprovero, sotto gli occhiali. Non osava però dirci niente.
Lex andò in bagno a vomitare, e si ripresentò vestito di un sorriso adorabile. Buttò giù una gollata di whisky.
"Questo va meglio", disse con una vocina fioca.
"Sì", dissi io.
"Dev", disse lui.
"Sì."
"Penso che sia ora di spaccare la faccia a questo coglione."
Alzai lo sguardo verso il banco.
"Intendi dire QUEL coglione?", dissi, indicando l'occhialuto.
"Sì."
"Mh", considerai. "E' un'idea."
"Allora?"
"Prima beviamo qualcos'altro."
"Right."
Eravamo ormai soli nell'autogrill. Più nessuno entrava, più nessuno usciva.
Noi quattro.
La cassiera era terrorizzata ma mi lanciava al contempo languidi sguardi.
Quattrocchi si schiariva la voce, cercando il momento giusto per consigliarci di andarcene.
Lex tornò in bagno a vomitare.
Io finii il whisky.
Mi tremano le dita.
Ero ancora sobrio, ovviamente. Fanculo a queste gradazioni da bambini.
"Bene", dissi, fregandomi le mani. "Scaldiamo l'ambiente."

Due ore dopo - causa ulteriore sosta in autogrill - eravamo in tangenziale est.
"Ho ancora sete", disse Lex tenendosi una mano sullo stomaco.
"Certo", risi.
Il primo bar, pensai. Dov'è il primo bar in questa zona?
Vidi un'insegna.
Ah, ecco, giusto. Il Mefiticus.
Entrammo. Lex ordinò otto birre.
Alla sesta cominciavo a sentirmi un po' alticcio. Nel bar non c'era quasi nessuno. Mio fratello era steso per terra. Russava.
"Voialtri stronzi", disse il barista. "Adesso ve ne andate."
Certo, pensai.
Mi tremano le dita.
Basta chiederle per favore, le cose.
Impugnai l'ultima bottiglia di birra e alzai il braccio.

Alle quattro e venti di notte seppellivo la faccia di Lex sotto una fontanella in San Babila. Ormai ero quasi ubriaco anch'io. Mi succede di rado, sapete.
Buttai giù una sorsata del torcibudella che tengo sempre in un'apposita fiaschetta, nella mia giacca Armani.
"Lex", dicevo. "Dai."

Alle cinque correvamo nudi per una traversa di Corso Sempione.

Alle cinque e venti lo lasciavo davanti a casa sua.
"Buona Pasqua", dissi.
"Ricordati che dobbiamo finire quel lavoro là", biascicò lui.
"Sì, domani ti chiamo."
"Bene."
"Se hai problemi, telefona."
"Bene."
"Ciao."
"Ciao, Dev."

Alle cinque e trentacinque aprivo la porta di casa mia, e la prima cosa che notavo erano due gambe di donna che si sfioravano, accompagnate da uno sbadiglio, sul mio divano rosso.
"Devin, Dio santo... Finalmente."
Un lieve sorriso mi si aprì sul volto.
"Hai detto che saresti tornato per le dieci di ieri sera!", disse la donna fingendo una voce arrabbiata. Si aggiustò nel reggiseno due tette ragguardevoli.
Alzai le spalle.
"Ho avuto da fare, baby."

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